« Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà.
Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza.
Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l'aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra ».
Che dovrò fare per te, Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all'alba svanisce.
Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce:
poiché voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti.
Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.
Tu non gradisci il sacrificio
e, se offro olocausti, non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,
un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.
Nel tuo amore fa grazia a Sion,
rialza le mura di Gerusalemme.
Allora gradirai i sacrifici prescritti,
l'olocausto e l'intera oblazione.
In quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.
Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».
Molto spesso il giusto colpito da qualche avversità si vede costretto a citare le sue opere, come il beato Giobbe, che dopo una vita giusta era afflitto da flagelli; ma quando l’uomo ingiusto ascolta la parola del giusto, vede in essa orgoglio piuttosto che sincerità. È infatti col proprio cuore che giudica la parola del giusto e non pensa che quella parola possa essere detta con umiltà. Se, infatti, è colpa grave affermare ciò che non si è, molto spesso non c’è colpa nel riconoscere umilmente la virtù che si ha e quindi capita spesso che giusto e ingiusto pronunciano le stesse parole: ma i loro cuori sono sempre ben lontani dall’essere uguali e a seconda che provengano dall’ingiusto o dal giusto, le stesse parole possono offendere o placare il Signore.
Così il Fariseo entrato nel Tempio diceva: "Digiuno due volte la settimana, do la decima di tutto ciò che possiedo". Ma il pubblicano uscì dal Tempio giustificato e non lui. Anche il re Ezechia, gravemente colpito dalla malattia e giunto al termine della sua vita, diceva nella composizione della sua preghiera: "Ti supplico, Signore, ricordati, te lo chiedo, come ho camminato nella verità con cuore perfetto" (Is 38,3) A questa dichiarazione di perfezione il Signore non oppone tuttavia né sdegno né rifiuto: esaudisce subito la sua preghiera. Ecco il fariseo, che si è dichiarato giusto nelle sue opere, ed Ezechia, che ha affermato di essere giusto fin nel suo pensiero: lo stesso atteggiamento e uno ha offeso il Signore, l’altro lo ha placato. Come mai?
Poiché Dio Onnipotente pesa le parole di ciascuno di noi secondo i nostri pensieri e il suo orecchio non sente alcuna superbia nelle parole che provengono dall'umiltà del cuore. Pertanto, quando raccontava le sue buone opere, il beato Giobbe non si gonfiava affatto di orgoglio contro Dio, perché parlava umilmente di ciò che aveva veramente fatto.
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